L'Assunzione della Vergine
Giorgio Vasari, 1539.
Bibliografia: I. Droandi, S. Dagnino in "Il paesaggio della pala vasariana di Monte San Savino: visione o veduta?", in "Notizie di Storia", 2011, n. 26.
Foto: A. Aguti, I. Droandi, S. Dagnino



Corpo centrale delle Terme di Caracalla




Acquedotto Claudio, restaurato da Caracalla nel 211 d.C.


Porta Maggiore, in particolare Labicana e Prenestina.


Tempio di Minerva Medica.
Appena si entra nella meravigliosa chiesa di Sant'Agostino, il primo capolavoro che salta subito all'occhio è la grandiosa pala d'altare dipinta nel 1539 da Giorgio Vasari e dal titolo "L'Assunzione della Vergine tra i Santi Agostino e Romualdo.
Lo stesso pittore, esponente del Manierismo, ci dà indicazioni sulla sua commissione nelle sue Vite: "Mandandomi poi a chiamare in val di Caprese fra' Bartolomeo Graziani, frate di Sant'Agostino dal Monte San Savino, mi diede a fare una tavola grande a olio nella chiesa di Santo Agostino del monte detto, per l'altar maggiore. [...] nella quale dipinsi con alquanto miglior maniera un'Assunzione di Nostra Donna, e da basso, oltre agl'Apostoli che sono intorno al sepolcro, Santo Agostino e San Romualdo."
I colori utilizzati sono assai vividi, quasi innaturali, rifacendosi al cangiantismo di matrice michelangiolesca. Nei soggetti che affollano la pala è possibile riscontrare una certa ritmicità, data dal ripetersi di figure simili. Questa caratteristica, comune a molte opere del Vasari, fu fortemente contestata da Michelangelo, che lo accusa di essere più tendente alla narrazione, che all’espressività.
Diversi sono i personaggi degni di nota tra quelli rappresentati: in primis Sant'Agostino, a cui è intitolata la chiesa e che stringe tra le mani una delle sue opere più famose, il Civitate Dei; San Romualdo, fondatore dell'eremo di Camaldoli, indossa la tonaca bianca tipica del suo ordine e reca con sé la regola (già nel Trecento è attestata la presenza di una prioria Camaldolese a Monte San Savino, in particolare nella Chiesa di Sant'Agata, oggi scomparsa. Di ciò, ce ne dà notizia Restorello Restorelli nella sua Istoria della Nobilterra del Montesansavino); il committente dell'opera, Bartolomeo Graziani, rappresentato nella figura dell'uomo incappucciato all'estrema destra del dipinto; infine, San Bartolomeo (uno dei dodici apostoli): la tradizione vuole che Vasari abbia voluto inserirsi nell'opera nelle sembianze del Santo appena citato: si tratta di un caso davvero particolare, in quanto gli autori tendevano a rappresentarsi in vesti più marginali (esempio lampante è quello di Michelangelo, autoritrattosi nella pelle cadente, sempre di San Bartolomeo, nel Giudizio Universale).
Il Vasari ci presenta un manierismo molto fastoso: ciò, nella pala, si traduce nella ricchezza delle vesti degli apostoli e, in particolare, nel piviale di Sant’Agostino, così come nel sarcofago che aveva accolto il corpo della Vergine.
Dal punto di vista cromatico egli opta per soluzioni che già avevano utilizzato il Pontormo e il Rosso Fiorentino: procede così in una figurazione per complementari, in modo da dar risalto ad ogni personaggio e travolgere lo spettatore da un’inebriante cascata di luce. Interessanti sono i colori con i quali è vestita la Madonna: verde, rosso bianco (con un vaporoso velo blu), che indicano, allegoricamente le tre virtù teologali: fede, speranza e carità.
I paesaggi della pala
Da tempo, prima del restauro avvenuto nel 2011, ci si interrogava sul fatto se il paesaggio rappresentato sullo sfondo dal Vasari fosse puramente fantastico oppure no.
Dagli studi condotti durante e dopo l’intervento di recupero, però, si è giunti ad una sconvolgente conclusione: le rovine rappresentate sono reali.
La prima conferma è arrivata per quanto riguarda il corpo centrale delle terme di Caracalla.
Accanto a queste, è rappresentata una piccola chiesetta, che nella realtà corrisponde a quella dei Santissimi Nereo e Achilleo, che però nel tempo ha subito vari rifacimenti (come si nota dalle tamponature e dall’aggiunta di due navate).
Nella sinistra estrema del dipinto si possono riconoscere una serie di archi, riconducibili all’acquedotto Claudio, restaurate nel 211 d.C. proprio da Caracalla per alimentare le sue terme.
Dall’incisione di Luigi Rossini è stato possibile riconoscere Porta Maggiore, voluta dall’imperatore Claudio nel 52 d.C., in particolare le porte Labicana e Prenestina.
L’ultimo edificio riconoscibile è il Tempio di Minerva, a pianta circolare e inizialmente sala monumentale.
La conferma, inoltre, che i paesaggi rappresentati sono frutto di uno studio approfondito, la troviamo, di nuovo, nelle Vite, dove il Vasari scrive a proposito: "Arrivato dunque in Roma di febraio l'anno 1538, vi stei tutto giugno, attendendo, in compagnia di Giovanbatista Cungi dal Borgo mio garzone, a disegnare tutto quello che mi era rimaso indietro l'altre volte che era stato in Roma, et in particolare ciò che era sotto terra nelle grotte (ndr si riferisce ai resti della Domus Aurea di Nerone).
Né lasciai cosa alcuna d'architettura o scultura che io non disegnassi e non misurassi; in tanto che posso dire con verità che i disegni ch'io feci in quello spazio di tempo furono più di trecento. De' quali ebbi poi piacere et utile molti anni in rivedergli, e rinfrescare la memoria delle cose di Roma.
Le quali fatiche e studio, quanto mi giovassero, si vide tornato che fui in Toscana nella tavola, che io feci al Monte San Savino.".
Chiesa dei Santissimi Nereo e Achilleo.

