La Chiesa di Santa Chiara e l'Oratorio di Sant'Onofrio
Tratto da un appassionato e appassionante articolo redatto dalla Dr.ssa storica dell'arte Anna Fienga.
Bibliografia: La Chiesa di Santa Chiara a Monte San Savino e il suo oratorio di Sant'Onofrio decorato a grottesche e arma christi. In: Bollettino d’informazione / Brigata Aretina degli Amici dei Monumenti, N° 104 (2021), anno 63.









La chiesa di Santa Chiara a Monte San Savino costituisce tutt’oggi uno dei luoghi di maggior interesse storico e artistico della Valdichiana, conosciuta soprattutto come custode di quattro magnifiche terracotte “robbiane”, di cui due realizzate da Andrea Sansovino.
I lavori per la sua costruzione, così nella forma in cui ancor’oggi possiamo ammirarla, partirono nel 1659 e si conclusero in appena due anni per soddisfare le incalzanti richieste di maggiori spazi da parte delle monache clarisse, che già dal 1627 si erano stabilite nei locali adiacenti e dove avevano il loro monastero. Questo era accessibile dall’ancora esistente portale attiguo alla chiesa, al n. civico 25 di Piazza Gamurrini, un tempo chiamata Ajalta.
L’ampliamento del complesso delle clarisse si concluse definitivamente nel 1692 con la costruzione del bel campanile a base quadrata ai cui angoli campeggiano quattro pinnacoli e che contribuisce, insieme ai campanili delle altre chiese del paese e alla Torre Civica, a disegnare il magnifico profilo
di Monte San Savino.
Fino a non molto tempo fa, la facciata era caratterizzata da decorazioni architettoniche in stile neoclassico databili intorno agli anni ‘30 dell’800 e attribuite a Giuseppe Righi, presente a Monte San Savino come collaboratore del pittore Luigi Ademollo, allora impegnato alla realizzazione dello splendido ciclo di affreschi nella poco distante chiesa del Suffragio.
Entrando in chiesa dal raffinato portale in pietra serena che si affaccia su Piazza Gamurrini, si nota immediatamente la semplice eleganza del suo interno, caratterizzato da un’unica aula rettangolare scandita dalle colonne che sorreggono la cantoria e due volte a crociera.
Lo sguardo però cade immediatamente sulle quattro maestose terracotte che adornano le pareti laterali, opere originariamente provenienti da altre realtà del paese. La pala rappresentante san Lorenzo tra i santi Sebastiano e Rocco e quella con la Madonna col Bambino tra i santi Lucia, Agata, Romualdo e Benedetto costituiscono le prime opere giovanili di Andrea Sansovino, ben descritte da Vasari nelle sue Vite. Queste provenivano dalla soppressa prioria camaldolese di Sant’Agata e Lucia, ormai non più esistente, ma il cui ricordo resta sul lato del palazzo che si affaccia tra Corso Sangallo e piazzetta di Sant’Agata e in cui si intravedono ancora le due colombe che si abbeverano dalla stessa fonte, scolpite sulla pietra serena di ciò che rimane del portale. Da questa chiesa proviene anche l’altra pala in terracotta policroma e
parzialmente invetriata con l’Adorazione dei Pastori, opera attribuita a Luca della Robbia il Giovane datata 1509, così come la deliziosa cornice recante festoni e frutti che fu tagliata e riutilizzata per circondare e sostenere la terracotta di Sant’Antonio Abate, questa proveniente dalla soppressa chiesa di Sant’Antonio, oggi di San Giovanni.
Queste opere furono acquistate nel 1793 da Paolo Girolamo e Anton Filippo Galletti per essere collocate in Santa Chiara -il cui altare maggiore era giuspatronato della loro famiglia- finché non ottennero, in seguito alle soppressioni napoleoniche, di diventarne gli unici proprietari.
Dietro al paliotto dell’altare maggiore, si nasconde una singolarissima reliquia originariamente di proprietà delle clarisse, che la ricevettero in dono nel 1658 dal principe romano Giovannantonio Alberici, affinché potessero renderla accessibile all’adorazione dei fedeli. Risulta che la reliquia in questione apparteneva a San Teofilo, martire sotto Diocleziano e che le ossa siano arrivate alle suore “chiuse in una piccola scatola di legno lunga un palmo e mezzo circa, larga un palmo e alta sette dita, legata con nastro di seta rosso a croce col sigillo del card. Ginetti” e che conclusi i lavori di costruzione della chiesa queste vennero sistemate “in una elegante urna di legno dipinta e ornata di fregi”.
Oggi la reliquia si trova ancora in Santa Chiara grazie, ancora una volta, ai Galletti, che la acquistarono dalle suore nel 1810. A chi ha la fortuna di trovarla esposta, la reliquia appare come un nobile cavaliere seicentesco, con lunghi baffi dipinti sulla maschera lignea che copre il cranio, vestito di stoffe damascate, guanti bianchi ingioiellati e due enormi stivali sproporzionati, nel tempo diventati oggetto di un modo squisitamente montigiano per definire una persona ragionevole e assennata, “c’hai du’ piedi come San Teofolo!”.
I tesori nascosti, però, non si fermano qui. Dietro il bel paliotto dell’altare laterale di destra, appartenuto alla famiglia Veltroni-Pifferi, si nasconde una grande teca di legno e vetro contenente un Presepe perfettamente conservato, realizzato utilizzando terracotta, cartapesta, gesso, conchiglie, vetro e tessuti. Difficile datarlo e attribuirgli un autore, ma è verosimile pensare che possa essere stato realizzato tra la fine del ‘700 e i primi dell’’800.
L’oratorio di Sant’Onofrio, a cui si accede dalla porticina che si trova sul lato sinistro della chiesa, faceva invece parte degli ambienti del monastero delle clarisse e costituiva presumibilmente la sua originaria cappellina.
Le sue decorazioni a grottesche e arma Christi riguardano l’intero interno e sono legate, come accennato, alla presenza in Santa Chiara della Compagnia di Santa Maria dei Sette Dolori. Questa contribuì a decorare non solo la facciata e l’oratorio, ma anche la sagrestia e per la sua Madonna Addolorata da processione in gesso dipinto fece ricavare una nicchia, proprio sotto alla terracotta con l’Adorazione dei Pastori.
La particolarità di questo ambiente risiede nelle sue decorazioni, che si dispiegano su tutta la sua superficie, inclusa quella delle ante della porta d’ingresso e della porta di accesso alla cantoria.
Il linguaggio artistico a cui ricorse la Compagnia fu quello definito “a grottesca”, scelta legata essenzialmente al gusto, ma abbastanza singolare per un contesto sacro, destinato al culto e alla preghiera come quello di un oratorio. Infatti, per la tendenza a proporre figure fantasiose, bizzarre e talvolta mostruose, questo genere di ornamenti si trovano solitamente destinati a loggiati o ambienti a uso privato.
Le “grottesche” dell’Oratorio rispettano pedissequamente questo antico e fortunatissimo sistema
decorativo, come insolito pretesto per proporre i simboli della Passione di Cristo. Il fedele quindi, attraverso le immagini simboliche delle arma Christi raffigurate sulle pareti, può percorrere una vera e propria Via Crucis virtuale, riuscendo a percepire tutto il dolore patito da Gesù morto sacrificandosi per l’umanità.
Il velo con cui Santa Veronica asciugò Cristo durante la salita al Calvario e sul quale rimase impressa l’immagine sanguinosa del suo volto, la corona di spine, la croce, il calice avvolto dal Titulus crucis, la scala per la deposizione, i dadi con cui i soldati romani si giocarono la tunica inconsutile di Gesù, così come i flagra, strumenti di punizione corporale utilizzati all’epoca per colpire i corpi dei giustiziati prima della crocifissione, sono solo alcuni dei numerosi simboli proposti in questo piccolo oratorio.
Anche l’altare non manca di farsi portatore di questo messaggio universale di dolore. Un cartiglio dipinto in alto, sopra al timpano, reca il monito “PASSO PRO MISERIS TAM SÆVA VULNERA”, mentre sotto la mensa d’altare un pellicano si spenna per nutrire i suoi piccoli, simbolo eloquente del sacrificio di Cristo, che immola la sua vita per salvare quella degli Uomini, suoi figli.
Come la chiesa, anche l’oratorio un tempo custodiva numerose opere di vario genere. I chiodi ancora fissati al muro, all’interno delle cornici decorative, suggeriscono la presenza di molte immagini, mentre le nicchie accoglievano piccole sculture, di cui una lignea quattrocentesca di scuola umbro-toscana raffigurante una Madonna con Bambino.
La grande tela che invece si trovava sull’altare fu realizzata dal pittore aretino Angelo Ricci, presumibilmente durante gli ultimi anni del ‘700 e rappresentava Sant’Onofrio e Santa Barbara, titolari dell’oratorio.
Sull’intradosso della porticina di collegamento con la chiesa vi è raffigurato un grande occhio nimbato di nuvole e raggi: è l’occhio di Dio, che guarda chi vi passa sotto ricordando la sua costante presenza.
Queste decorazioni, essendo state realizzate ricorrendo alla tecnica della pittura “a secco”, non particolarmente resistente alle offese del tempo, risultano oggi in precario stato di conservazione. È auspicabile, quindi, che queste diventino presto oggetto di un intervento di restauro, affinché possano ancora restare fruibili a chi vorrà goderne dopo di noi.



