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    Il gioco del pallone

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    Augusto Frullani, importantissimo e famosissimo giocatore savinese.

    Da oltre cinque secoli il battere del pallone di cuoio rimbomba nelle piazze italiane: quelle di Monte San Savino non ne sono estranee.

    Il gioco del bracciale col pallone continua ad esercitare ancora oggi un enorme fascino, sia su chi lo pratica, sia su chi si appresta ad ammirarlo.

     

    Nell’archivio storico del paese sono stati trovati diversi documenti che testimoniano la presenza del gioco già a partire dal ‘500. In particolare, un documento del 1517 riporta di una disputa tenutasi nell’agosto di quell’anno di fronte alle Logge fra il cavaliere Flaminio di Rocco Galletti e un tal capitano Leandro di Arezzo.

    Nato all’interno delle corti rinascimentali come momento di svago e confronto, nel corso del tempo il gioco del pallone approdò nelle piazze popolari, dove veniva svolto con un’altissima frequenza.

     

    Non sono rare le situazioni in cui si vennero a crearsi contrasti con i mercanti di piazza (che dovevano chiuder bottega durante lo svolgimento delle partite) o con i religiosi del posto: è il caso di Monte San Savino dove, nel corso del ‘700, si decise di spostare il campo di gioco da piazza Ajalta (oggi Gamurrini) all’esterno delle mura castellane (più precisamente fuori da porta San Giovanni, nel luogo ancora oggi detto “Gioco”), per le lamentele delle suore di Santa Chiara, costrette a subire il “libero parlar dei giocatori”.

     

    Nel panorama nazionale, Monte San Savino acquistò un titolo di rilievo per quanto riguarda questa pratica: dai costruttori di bracciali, ai pallonai, ai giocatori, il nome del paese iniziò a circolare nei più grandi sferisteri italiani.

     

    Composizione e regole del gioco.

    Il campo è lungo dagli 80 ai 100 metri generalmente, largo dai 15 ai 20 e con un muro laterale d’appoggio, dove il pallone può rimbalzare regolarmente, alto una ventina di metri; il campo così costituito prende il nome di sferisterio (ovvero luogo dove si praticano gli sport sferistici, cioè con la palla).

    A contrapporsi sono due squadre da tre giocatori e la vittoria va al terzetto che somma più giochi (la conta è la stessa che si applica nel tennis).

    Il bracciale, in legno, ha una forma cilindrica cava, con un’impugnatura ad una delle due estremità e ricoperto di spunzoni in legno, detti denti o bischeri, e pesa circa due chilogrammi.

    Il pallone pesa tre etti e mezzo e, fino allo scorso secolo, era costituito da otto triangoli in pelle bovina cuciti assieme tra loro; anche la camera d’aria era ricavata dalla pelle più morbida dello stesso tipo.

    I giocatori assumono il nome di battitore, spalla e terzino ai quali, in qualche caso (anticamente sempre) si aggiunge il mandarino, ovvero “colui che manda” la palla al battitore.

     

    Il gioco del pallone nella letteratura.

    La fortuna del gioco del pallone non si limitò solamente alla piazza, ma anche all’arte e alla letteratura. Ne è un esempio l’Ode a un vincitore nel pallone, una canzone ultimata nel novembre del 1821 da Giacomo Leopardi e dedicata ad un suo coetaneo, Carlo Didimi di Treia, eccellente giocatore di metà Ottocento.

    Il modello utilizzato è quello delle odi oraziane; il poeta ne fa uso per denunciare l’ignavia degli italiani: lo sport, dunque, si fa mezzo per risvegliare gli animi dell’intera nazione, mettendoli a conoscenza dell’importanza del lavoro e della fatica.

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    Ode a un vincitore nel pallone

    Di gloria il viso e la gioconda voce

    Garzon bennato, apprendi,

    E quanto al femminile ozio sovrasti

    La sudata virtude. Attendi attendi,

    Magnanimo campion (s'alla veloce

    Piena degli anni il tuo valor contrasti

    La spoglia di tuo nome), attendi e il core

    Movi ad alto desio. Te l'echeggiante

    Arena e il circo, e te fremendo appella

    Ai fatti illustri il popolar favore;

    Te rigoglioso dell'età novella

    Oggi la patria cara

    Gli antichi esempi a rinnovar prepara.

    Del barbarico sangue in Maratona

    Non colorò la destra

    Quei che gli atleti ignudi e il campo eleo,

    Che stupido mirò l'ardua palestra,

    Nè la palma beata e la corona

    D'emula brama il punse. E nell'Alfeo

    Forse le chiome polverose e i fianchi

    Delle cavalle vincitrici asterse

    Tal che le greche insegne e il greco acciaro

    Guidò de' Medi fuggitivi e stanchi

    Nelle pallide torme; onde sonaro

    Di sconsolato grido

    L'alto sen dell'Eufrate e il servo lido.

    Vano dirai quel che disserra e scote

    Della virtù nativa

    Le riposte faville? e che del fioco

    Spirto vital negli egri petti avviva

    II caduco fervor? Le meste rote

    Da poi che Febo instiga, altro che gioco

    Son l'opre de' mortali? ed è men vano

    Della menzogna il vero? A noi di lieti

    Inganni e di felici ombre soccorse

    Natura stessa: e là dove l'insano

    Costume ai forti errori esca non porse,

    Negli ozi oscuri e nudi

    Mutò la gente i gloriosi studi.

    Tempo forse verrà ch'alle ruine

    Delle italiche moli

    Insultino gli armenti, e che l'aratro

    Sentano i sette colli; e pochi Soli

    Forse fien volti, e le città latine

    Abiterà la cauta volpe, e l'atro

    Bosco mormorerà fra le alte mura;

    Se la funesta delle patrie cose

    Obblivion dalle perverse menti

    Non isgombrano i fati, e la matura

    Clade non torce dalle abbiette genti

    Il ciel fatto cortese

    Dal rimembrar delle passate imprese.

    Alla patria infelice, o buon garzone,

    Sopravviver ti doglia.

    Chiaro per lei stato saresti allora

    Che del serto fulgea, di ch'ella è spoglia,

    Nostra colpa e fatal. Passò stagione;

    Che nullo di tal madre oggi s'onora:

    Ma per te stesso al polo ergi la mente.

    Nostra vita a che val? solo a spregiarla:

    Beata allor che ne' perigli avvolta,

    Se stessa obblia, nè delle putri e lente

    Ore il danno misura e il flutto ascolta

    Beata allor che il piede

    Spinto al varco leteo, più grata riede.

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